LA PATATA DI BOURCET

Con la denominazione Patata di Bourcet si intende il tubero della specie Solanum tuberosum della famiglia delle Solanacee ottenuto dalle varietà Piatline, Agria, Asterix(rossa), Penelope, coltivato nel comprensorio di Bourcet del comune di Roure e che presenta le seguenti caratteristiche:
Forma: Tonda-Tonda/ovale-Lunga/ovale
Calibro: compreso tra- 28mm. e 42mm (trifolone)
tra- 43mm e 60mm (prima)
oltre- 61mm (superiore)
Buccia: consistente dopo sfregamento
Polpa: consistente, senza cedimenti alla pressione.
Sostanza Secca
Contenuto minimo: 19%
R.m.a. (residuo minimo principi attivi)
Inferiore al 59% del limite
Produzioni medie : Piatline 0,68 per pianta
Agria 0,95 per pianta
Asterix 0,96 per pianta
Penelope 0,98 per pianta
Altro discorso è per la Patata del Burro (la Ratto) che viene coltivata sia nella versione tipica, con pasta gialla, che nella versione violetto o nera. Le sue dimensioni sono alquanto ridotte rispetto alle altre qualità coltivate e quindi la sua resa è decisamente sotto la media, ma le sue peculiarità sono uniche specialmente nella preparazione delle guarniture e nella pasticceria.
La patata di Bourcet si è sempre contraddistinta ed è sempre stata apprezzata per la sua ottima qualità e la sua eccezzionale adattabilità nell’ambito culinario. In particolare per quel riguarda la realizzazione delle specialità tipiche del Vallone di Bourcet che sono La Caglietto e La Glaro.
Sono, questi, piatti gustosissimi e molto saporiti la cui nascita si perde nella notte dei tempi.
La patata di Bourcet è assai apprezzata anche per quel che riguarda la frittura grazie all’ elevato contenuto di sostanza secca che presentano i tuberi coltivati nei terreni assolati e scoscesi ove lo sgrondo dell’acqua è assicurato e non esiste ristagno.
Non si deve dimenticare che questa patata è anche molto adatta per il confezionamento del Gnocco di patate piemontese.
E’ da sempre noto che la patata di Bourcet è percepita come un prodotto di qualità dalle popolazioni valligiane che, in passato, risalivano il Vallone e si approvvigionavano dei tuberi da semina - per poi sistemarli nel fondovalle - direttamente dagli abitanti del villaggio.
L’ aspetto pedoclimatico del territorio di Bourcet assume in questa coltivazione una grande importanza.
Da un punto di vista granulometrico il terreno è in massima parte sciolto, tendenzialmente sabbioso e pietroso e quindi molto permeabile anche se non facilmente lavorabile.
Il suo ph ha un valore compreso tra il 5 ed il 6,5 e risulta essere molto ben dotato di sostanze organiche e quindi di una buona fertilità naturale. L’ abbandono subìto negli anni ’60, quando tutta la popolazione smise di coltivare e si spostò in massa nel fondovalle, ha creato e favorito una lunghissima fase di riposo del medesimo che oggi (liberato a dovere da piante e rovi)esprime il massimo di se stesso anche senza la presenza di concimi. E’ comunque tradizione che il terreno venga poi, in seguito, arricchito con l’interramento di paglia o residui delle coltivazioni miste a escrementi bovini asciutti.
Dal punto di vista pedologico emerge quindi che tali caratteristiche sono ottimali per la coltivazione della patata (e della lenticchia).
Il territorio di Bourcet presenta un clima abbastanza secco d’estate e freddo d’inverno.
Le temperature registrate riportano valori crescenti nel periodo tra aprile e maggio, ideale quindi per la semina.
La crescita delle piante è inoltre favorita dall’escursione termica giornaliera e dalla radiazione prolungata che permettono di ottenere una crescita costante e lenta ed una maturazione finale della pianta consona all’ottenimento di un prodotto adatto alla media- lunga conservazione.
E’ tradizione consolidata che la Patata di Bourcet, dopo alcuni giorni di asciugatura e di cicatrizzazione, venga conservata al buio nelle fresche cantine delle case del villaggio che mantengono una temperatura costante compresa tra i 5° ed i 10° ed umidità pari a 93-98% per un periodo che non superi i 10/12 mesi.
Il progetto iniziale prevede il recupero ed il ripristino di circa 16.000 metri quadri di terreno che erano adibiti alle varie coltivazioni e che già rappresentavano il mezzo di sostentamento di un villaggio che arrivò ad accogliere fino a circa 600 persone. A completamento di progetto si dovrebbe arrivare ad un recupero totale di circa 20.000 metri quadri da riavviare alla produzione assolutamente biologica.
Riteniamo che la coltivazione e la commercializzazione di questo incredibile ed importante tubero, della lenticchia verde, dei piccoli frutti di montagna, la produzione di formaggi presso l’ alpeggio del Gran Serre e la sinergia con un turismo sostenibile possa essere determinante per il mantenimento della stabilità del paesaggio e per il rilancio di un territorio denso di storia e di valori.